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Capriolo, No, Edizioni EL, 2010

È il 1955, a Montgomery, Alabama. Una donna di colore sui quarant’anni sta tornando a casa dal lavoro su un autobus di linea. Quella donna si chiama Rosa Parks. È seduta nella prima fila non riservata ai bianchi, ma quando, a una fermata, salgono più passeggeri bianchi di quanti possano trovare posto nelle file anteriori e uno di loro rimane in piedi, l’autista le ordina bruscamente di alzarsi e di cedere il suo sedile. A questa richiesta lei risponde con una sola parola: “No”.

 

Un “no” destinato a cambiare la storia del suo paese. L’autista, di fronte al suo rifiuto di obbedire, chiama la polizia, e Rosa viene tratta in arresto. È un reato, da quelle parti, contestare ai bianchi i loro privilegi. Rosa però è stanca: non per la giornata faticosa, non per i piedi gonfi e la schiena indolenzita. Semplicemente, è stanca di arrendersi, stanca di chinare il capo di fronte all’ingiustizia, e nei giorni successivi, proprio grazie al suo caso, tutta la popolazione nera di Montgomery scopre di essere altrettanto stanca. Così, per iniziativa di un gruppo di persone coraggiose tra le quali un pastore battista ventiseienne di nome Martin Luther King, i neri decidono di organizzare un boicottaggio alla società dei trasporti. Il boicottaggio si prolunga per tredici mesi, mandando quasi in fallimento la compagnia dei trasporti, e si conclude con una vittoria: nel 1956, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus. È il primo passo di un cammino che condurrà alla piena integrazione, sino all’elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti; un cammino che forse non sarebbe stato possibile senza il coraggio di una donna, senza la sua fermezza e il suo senso di dignità personale.

 
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